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    Blog --> Intervento di Fervi il 13/09/2008    
Perché Campobasso ?
Il toponimo del nostro capoluogo di regione è tuttora controverso.

Campobasso non ha i quarti storici di Bojano, Isernia, Larino, Trivento, Sepino, Venafro, soprattutto Bojano e Larino, capitali rispettivamente dei Pentri e dei Frentani, se non si esclude un’ipotesi per l’Aquilonia dei Linteati, 293 A.C., capitale politico militare del Sannio, che uno dei più noti archeologi del momento, il prof. Adriano La Regina, sovrintendente delle Belle Arti nella capitale, ha ritenuto localizzare nei ruderi di Monte Vairano, dimenticati dal tempo e nascosti nella boscaglia, nei pressi del grande centro ospedaliero Cardarelli e della Cattolica.

Ma, pur nella modestia dei suoi natali, legati alla sosta ed al passaggio delle greggi, è un’operosa sede di più Facoltà Universitarie, di un sempre più frequentato Conservatorio, ed è la cittadina molisana più legata ai valori tradizionali, fra i quali, soprattutto, l’ospitalità.

La si può definire una cittadina aperta, madre, in cui ognuno non ha difficoltà a trovarsi a suo agio.

Sin dal Medio Evo, infatti, ha sempre accolto, come nuovi figli, quanti hanno scelto di vivere fra le sue mura e, come ai tempi della transumanza, quando era l’incontro di pastoricchi, butteri, oggi lo è di quanti i quali, forse per antica tradizione fieristica, si sentono tutti di casa, pur avendo radici distanti, a volte solo sannitiche.

Campobasso nacque, all’inizio, sul suo Montebello, come fortificazione dei Pentri, per il controllo dei tre tratturi circostanti : Casteldisangro-Lucera, Matese-Cortile, Cortile –Centocelle.

Divenne poi, con i Longobardi, torre di guardia, cosa che determinò il moltiplicarsi dei fuochi abitativi di quanti desideravano sentirsi protetti.

Orbene, con il ramo cadetto dei conti De Molisio di Bojano, forse perché il clima di Bojano troppo umido, nebbioso, sicché in passato anche il castaldo dei Longobardi, il bulgaro Alzeco, aveva preferito dormire a Cantalupo, dove sempre finisce la nebbia, si ampliò la precedente torre con l’attuale fortezza che domina la città.

Con i nobili francesi Montfort, angioini, di discendenza reale Franco-Inglese, succeduti ai De Molisio, rimasti senza eredi, è scritto che un Riccardo Montfort abbia sposato l’ultima De Molisio, Tommasella, Campobasso ebbe il suo miglior momento, con la costruzione di mura di cinta, torri, chiese, lunghi cunicoli sotterranei per i casi d’assedio. Il gonfalone della città, riporta, di fatti, la presenza di sei torri, nelle mura di cinta, di cui cinque oggi dirute

Il conte Nicola, soprannominato Cola, che aveva sposato la figlia di Paolo di Sangro, allievo del più famoso condottiero del tempo, Giacomo Caldora di Carpinone, a dimostrazione dell’importanza della Civitas, ebbe a coniare monete d’argento e di rame con lo stemma del suo casato, la Croce, e quello dei reali di Francia, i Ceppi, spesso con le due lettere C P, significanti, quasi certamente, comes princeps.

Insieme con il cognato, il principe di Calabria, è scritto, erano i feudatari più temuti del tempo

Da considerare che, per aver il conte Giovanni Monforte precedentemente ereditato possedimenti dalla moglie Sibilia, figlia di un altro famoso uomo d’armi del tempo, Riccardo di Gambatesa, cui il Papa, per i meriti acquisiti di politico e di Capitano, aveva concesso l’alto onore dell’altare da Campo, i Monforte, che avevano imposto il proprio nome italianizzato al Monte e aggiunto al loro blasone il nome Gambatesa, erano già, con i possedimenti di Morcone, Sassinoro, Fragneto, i conti più potenti d’oltre i confini della regione.

In questo periodo, si legge, le armerie di Campobasso rivaleggiavano con quelle di Toledo, divenendo così la città, di fatto, la Sheffield del Meridione. Da queste discesero le botteghe di forbici e coltelli dopo che, vinti gli Angioini dagli Aragonesi di Spagna, e scappato in Francia il conte Cola, come cavaliere di ventura, un editto degli aragonesi vietò ai ferrai la forgia di nuove armi.

Una prima citazione di Campibassi, la troviamo in un rescritto di Adelchi, principe di Benevento, redatto nell’878.

La tradizione dotta vorrebbe che Campobasso derivi da Campus Vassorum, abitazione dei Vassalli, o sottoposti del castello, ma ci risulterebbe che, all’epoca Longobarda, non ci fosse corte alcuna.

Un’altra tesi letteraria, eventualmente sostenibile, quella di Campo di Basso, dal nome di un possibile androponimo, possessore del fondo, ma non ci sono adeguati riscontri, es. Campus Clari, Campus Marani, Campus Sinerconis.

La tesi più accettata, quindi, quella dei Campi bassi, contrapposta ai campi più in alto, come contrada Cese, contrada Tappino, e soprattutto la zona Cappuccini, comprovata dal fatto che, nel dialetto locale, si usa dire: “Campuasce”, ossia i campi più in basso.

Se fosse stato il Campo di Basso, si sarebbe detto: “Campe e vasce”.

Ma a parte questa piccola, ma significativa differenza fonetica, a noi piacerebbe pensare che quanti fuggirono dal grosso abitato Sannitico di Monte Vairano, ( si odono pianti quando spira il vento fra i tanti alberi per essere stata Aquilonia espugnata per aver una ragazza sannita, innamorata di un soldato romano, lasciato aperta una porta delle mura, nell’accogliere l’innamorato, ) in parte si siano rifugiati nei boschi della futura Busso (Buscus), in parte nella futura Baranello, ossia piccola Vairano, e la più parte sul nostro Montebello, vero baluardo difensivo, mentre i cavalieri, fuggendo, avrebbe raggiunto Bojano.

Pertanto, in questa modestissima sede, preghiamo il prof. Gianfranco De Benedittis, membro del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, titolo che onora il Molise ed è un serio riconoscimento degli studi e delle pubblicazioni del nostro amico, che è anche cultore d’archeologia presso l’università di Cassino, di aggiornarci sulle attese di quanti hanno Campobasso nel cuore.
 
 
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